C’è una differenza fra comprendere e prendere distanza; così come fra prendere distanza ed avere compassione.
Comprendere la realtà è un atto al quale veniamo stimolati nella nostra cultura. Per esempio comprendere le ragioni del comportamento dell’altro, delle sue parole, della sua rabbia. Eppure comprendere è solo un passo, poi viene il distacco come attitudine spirituale che ci permette di non entrare nella dialettica che l'altro o altra ci propone. Imparare il distacco –nella misura in cui di volta in volta possiamo- ci preserva dalla sofferenza e ci evita di continuare ad alimentare il circolo della rabbia. E, inoltre, il distacco è l’unica via verso la compassione, perché nella sofferenza non c’è terreno fertile per la compassione.
Mi ritrovo spesso a pensare/sentire che la nostra cultura ha insito un alto grado di violenza. “Irruenza” dicevo un tempo, a chi nel mondo mi diceva “italiano sangue caldo”. In un periodo così complesso della nostra storia, quella che un tempo chiamai “irruenza” o “intensità” trabocca proprio da ogni contenitore e allaga la realtà. In questo contesto sento che una pratica costante di yoga e meditazione è un cammino di luce.
Mi è capitato, in questo anno italiano, di veder contrapporre la pratica (e/o l'etica) del distacco e della compassione a quella della lotta e della resistenza. Ho letto riflessioni arrabbiate sul concetto della resilienza per esempio, che viene erroneamente contrapposta a “resistenza” e che invece nella sua essenza è la forma più saggia e alta di resistenza.
Come se trovare una via non reattiva agli eventi (a ad alcuni eventi) che compongono la quotidianità voglia dire accettazione; oppure “menefreghismo”: diciamolo pure. Come se ci fosse un solco che separa quelli che lottano e quelli che si siedono a meditare. Ma non sono due dimensioni contrapposte e non si tratta di smettere di militare o di lottare. Si tratta di farlo allineando la mente al cuore, l’anima al corpo. Si tratta di ascoltarsi un po’ di più e ascoltare l’altro. Di stare nel presente, qui e adesso, evitando di buttare in faccia all’altro tutte le frustrazioni della nostra vita quotidiana o della nostra storia. Si tratta di amarci un po’ di più. E tutto questo è yoga.
Om Shanti
(Foto: gennaio 2016, i miei viaggi nella Puna, li dove l'anima non ha confini)
Comprendere la realtà è un atto al quale veniamo stimolati nella nostra cultura. Per esempio comprendere le ragioni del comportamento dell’altro, delle sue parole, della sua rabbia. Eppure comprendere è solo un passo, poi viene il distacco come attitudine spirituale che ci permette di non entrare nella dialettica che l'altro o altra ci propone. Imparare il distacco –nella misura in cui di volta in volta possiamo- ci preserva dalla sofferenza e ci evita di continuare ad alimentare il circolo della rabbia. E, inoltre, il distacco è l’unica via verso la compassione, perché nella sofferenza non c’è terreno fertile per la compassione.
Mi ritrovo spesso a pensare/sentire che la nostra cultura ha insito un alto grado di violenza. “Irruenza” dicevo un tempo, a chi nel mondo mi diceva “italiano sangue caldo”. In un periodo così complesso della nostra storia, quella che un tempo chiamai “irruenza” o “intensità” trabocca proprio da ogni contenitore e allaga la realtà. In questo contesto sento che una pratica costante di yoga e meditazione è un cammino di luce.
Mi è capitato, in questo anno italiano, di veder contrapporre la pratica (e/o l'etica) del distacco e della compassione a quella della lotta e della resistenza. Ho letto riflessioni arrabbiate sul concetto della resilienza per esempio, che viene erroneamente contrapposta a “resistenza” e che invece nella sua essenza è la forma più saggia e alta di resistenza.
Come se trovare una via non reattiva agli eventi (a ad alcuni eventi) che compongono la quotidianità voglia dire accettazione; oppure “menefreghismo”: diciamolo pure. Come se ci fosse un solco che separa quelli che lottano e quelli che si siedono a meditare. Ma non sono due dimensioni contrapposte e non si tratta di smettere di militare o di lottare. Si tratta di farlo allineando la mente al cuore, l’anima al corpo. Si tratta di ascoltarsi un po’ di più e ascoltare l’altro. Di stare nel presente, qui e adesso, evitando di buttare in faccia all’altro tutte le frustrazioni della nostra vita quotidiana o della nostra storia. Si tratta di amarci un po’ di più. E tutto questo è yoga.
Om Shanti
(Foto: gennaio 2016, i miei viaggi nella Puna, li dove l'anima non ha confini)

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